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Io avrei due categorie di errori: i micro errori infiniti presenti in tutti i lavori che faccio, perché il lavoro perfetto nel mio caso non esiste, ma tutti i progetti, un po’ più un po’ meno, hanno il loro punto debole. E poi c’è un macro errore, che potrebbe essere quello di aver sbagliato professione, per motivi di moralità, di etica, di inserimento nella società. È un dilemma che mi ha sempre sovrastato.
Spiego i piccolissimi errori: per esempio faccio un oggetto, ne scelgo il colore, poi viene prodotto. E allora mi dico: accidenti, poteva essere un momentino più scuro quel rosso, o quella superficie poteva essere un pochino più lucida, o quella sedia poteva essere un po’ più piccola… cioè errori di pratica del progettare. Cosa ho imparato dai microerrori? È chiaro che l’esperienza e la conoscenza dei materiali e dei problemi conduce a dei perfezionamenti, per cui ogni volta si cerca di essere più precisi all’interno di una marginalità di errore. Fra l’altro l
a parola errore è una parola positiva, “errore” significa anche “errare”, cercare, quindi l’errore fa parte della ricerca.
Il macro errore è un problema di principio, esistenziale: avrei per esempio potuto scegliere di fare il pittore o lo scrittore. E invece ho scelto di fare il progettista. La professione è sempre un atto di compromesso con il denaro, lavorare per l’industria e per i capitali è un vendere l’anima al demonio. Magari se facessi il pittore al di fuori del mercato tenendomi le tele in camera mi esprimerei in maniera più pura; invece il designer o l’architetto ha sempre a che fare con burocrazia, denari, speculazioni. Diciamo che parlo di un macro errore a livello di paradosso, perché continuo a lavorare ma sempre con il retropensiero di essere un pentito. Io sono fatto così, è un problema di incertezze, di vita nel dubbio. Lavoro per clienti sensibili e interessanti, ma mi riferisco al principio del tardo capitalismo che ha condotto a questo mondo di violenza, del quale siamo tutti corresponsabili. E il design ha una grossa responsabilità: partecipa della mercificazione selvaggia. Ognuno di noi progettisti si salva con i suoi mezzi, chi lavora sull’ecologia, chi sul minimalismo, io lavoro sull’arte pensando che sia un fenomeno catartico. L’arte è un fenomeno di spiritualità, è una specie di romanticismo verso l’ignoto, un fatto positivo per chi la recepisce e fruisce. Sono tanti i miei oggetti che esprimono questo concetto, soprattutto all’epoca del Radical design e del Controdesign. La poltrona di Proust, per essere banali, è oggetto evanescente, pulviscolare, con una forma indeterminata perché è molto variegata nei suoi contorni con la policromia della natura, non è un oggetto di design, non è una pittura, non è una scultura, ma è un po’ di tutto, è un oggetto abbastanza ricco di un’ambiguità di interpretazione che dà adito al pensiero. Gli oggetti che creano il bisogno di pensare sono sempre interessanti, anche se sono prodotti di design. Cosa ho imparato da questo macro errore esistenziale? Quando mi troverò su una spiaggia dorata a guardare il mare… avrò risolto questo errore.



Tratto da: design.repubblica.it/

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