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Io di errori ne ho fatti talmente tanti e li faccio quotidianamente. Alcuni degli errori che ho commesso ai miei occhi erano gravissimi e invece poi alla fine hanno comunque funzionato. Qualche sciocchezza l’ho fatta e ne vado anche abbastanza fiero perché bisogna avere il coraggio di guardarsi in faccia e dire: “ok, questa potevi risparmiartela ma oramai è andata!”
Mi è successo di aver forzato la mano nel disegno di alcuni oggetti: ho progettato più divani discretamente scomodi, in uno in particolare,
Ile per Living Divani, avevo tolto tutti gli elementi di comodità. Se non fosse stato per la bravura dell’azienda, il divano sarebbe stato “mortale”.
Ho fatto una macchina per il caffè per Alessi e ho impiegato più di un anno a metterla a punto perché mi ero concentrato più sull’estetica che sulla funzione primaria. Il risultato: faceva un caffè imbevibile. È stato Alberto Alessi a tenere la barra ferma sul progetto e a farlo diventare una vera caffettiera.
Anni fa ho progettato
la sedia Lizz per Kartell: abbiamo tentato in tutti i modi di mischiare due tecnologie che religiosamente parlando erano come il diavolo e l’acqua santa, l’iniezione ad altissima pressione con un sistema rotazionale di svuotamento delle gambe con il gas. Kartell mi è venuta dietro, mi ha messo a disposizione i migliori ingegneri possibili, e da una bestemmia è venuta fuori una tecnologia completamente nuova. L’errore ti porta a migliorare, a capire, e se hai l’interlocutore che ci crede, quello che può sembrare uno sbaglio si trasforma in una opportunità.
Da grafico ho fatto degli inviti estremi: come quello che si incendiava perché avevo messo all’interno un fiammifero. Ho ideato uno stand bellissimo per Boffi, alla fine degli anni Novanta: per mantenere una specie di purezza architettonica avevo disegnano uno stand sollevato che galleggiava da terra… Peccato che l’altezza per entrare all’interno alla fine era ridotta e le persone dovevano chinarsi per entrare. A sorpresa, è stato letto come un gesto poetico.
E ancora: ho disegnato una casa molto bella, ma con delle
scale troppo estreme… le scale scendendo e salendo avevano delle oscillazioni. I padroni avevano all’inizio paura, poi si sono abituati e adesso la trovano la parte più bella dell’abitazione. Tanti miei colleghi non hanno il coraggio di raccontare le sciocchezze che si fanno. L’errore per me è fondamentale, è un po’ cattolica l’idea che l’errore porti a una specie di punizione. Gli errori sono la faccia nobile della nostra capacità di apprendere e di migliorarci. Se non alzi l’asticella e non vai oltre il limite, rimaniamo immobili.
Altri esempi:
la sedia Classica per Giulio Cappellini, una sedia bellissima dove avevo estremizzato le sezioni in legno. Ma se ci si sedeva sopra, non stava insieme. Una sedia in fibra di carbonio in edizione speciale per Living Divani, ne ho fatte 10 e 10 si sono rotte, ogni giorno al Salone del mobile se ne spaccavano due. Alcune volte ammetto che entra in gioco questa specie di spettro arrogante che mi fa dire che gli altri non capiscono. E in verità sono io che non capisco. Da lì si comprende l’errore e senza modificare il progetto si va a vedere dove è possibile intervenire realmente. Una delle cose che ho imparato facendo una serie di errori con una certa sistematicità è che bisogna avere il coraggio di dire che se l’oggetto non prende quell’anima immaginata, il progetto va fermato. Bisogna tornare indietro, ricominciare da capo, riprogettare anche con estetiche diverse. Mio nonno mi diceva quando ero ragazzino, all’epoca dell’infatuazione per i movimenti extra-parlamentari, «guarda Piero che l’estremismo è la malattia infantile del Comunismo», credo fosse un concetto di Lenin. Ed è vero, l’estremismo è una malattia infantile. Noi siamo dei bambinoni che continuiamo a giocare, ma quando vanno di mezzo persone e investimenti, bisogna fermarsi ed essere responsabili. Però dico anche che la matrice manierista in qualsiasi progetto, che sia di grafica, architettura o design, secondo me è un po’ troppo normale. Cioè bisogna alzare l’asticella e prendersi un sacco di rischi, sbagliare e allo stesso tempo avere l’onestà intellettuale di fermarsi se l’errore è palese. A me chiedono di osare, di spingere sull’acceleratore. Come se guidassi una Ferrari in Formula Uno, qualche rischio devo prendermelo, e l’errore spesso si capisce solo quando si va a sbattere. L’errore è fondamentale, non è pentimento ma è scuola, insegnamento. Se l’errore è il tentativo di scoprire, di spostare la linea di confine un po’ più in là, sono disposto a fare errori per tutta la vita.



Tratto da: design.repubblica.it/

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