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Oggi tutto ha un nome, dalle maniglie ai tappeti. Un tempo i mobili spesso avevano denominazioni generiche che rimandavano alla funzione. I primi prototipi di Le Corbusier, Pierre Jeanneret e Charlotte Perriand degli anni Venti erano legati al tipo di postura che si assumeva utilizzandoli. La LC1 si chiamava fauteuil à dossier basculant, seduta “basculante”, perché una volta seduti lo schienale si inclinava leggermente. Si chiama LC1 dal 1965, da quando Cassina produce in esclusiva i mobili dei tre maestri, dove LC indica la collezione Le Corbusier e il numero l’ordine di produzione.

Gio Ponti – di cui Molteni&C riedita una selezione dei capolavori dal 2012 – contrassegnava i suoi progetti con codici numerici generalmente di 3 o 4 cifre in qualche caso facendoli precedere da una o più lettere che indicavano il committente o l’azienda produttrice. A causa di sovrapposizioni di codici, i Gio Ponti Archives hanno adottato una nuova numerazione: la lettera D significa Dossier o Disegno, il primo numero dopo il punto specifica la tipologia di arredo, per esempio 1 poltrone, 2 sedie e così via, i due numeri successivi l’anno del progetto, il numero finale invece la versione.

Dagli anni Cinquanta i designer ideano parole apparentemente semplici, a volte disarmanti, per stupire e divertire. Franco Albini chiama la poltroncina Luisa come la sua segretaria. Il trio Gatti, Paolini, Teodoro sceglie Sacco per la poltrona di Zanotta ispirandosi alla forma.

«Achille Castiglioni a volte storpiava i nomi inglesi», racconta la figlia Giovanna, «oppure usava termini dialettali come il tavolino-scaletta Basello, che in milanese significa gradino. Giovi e Moni sono due luci dedicate a me e a mia sorella, mentre la lampada Gatto di Flos, che a me ricorda una mongolfiera, per lui era un gatto accovacciato visto da dietro. Oggetti che ti strappano un sorriso».

Nella foto di apertura la lampada da tavolo Gatto di Flos



Tratto da: design.repubblica.it/

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