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Non c’è scritto “Fragile” ma è come se ci fosse. Il Compasso d’Oro, il premio ideato da Gio Ponti e sostenuto all’inizio dalla Rinascente, oggi in mano all’Associazione disegno industriale, va maneggiato con cura. Soprattutto ora che ha appena assegnato i 16 riconoscimenti della 25ma edizione.

«I punti chiave del Compasso d’oro su cui voglio insistere», sottolinea il presidente dell’Adi Luciano Galimberti, «sono tre. Primo, il design accompagna la nostra vita e tutte le nostre giornate anche se ne siamo quasi sempre inconsapevoli, ovvero riguarda un numero crescente di ambiti: secondo, il design è sempre più una questione di relazioni fra persone, di processi e di servizi, e non solo di oggetti, terzo, l’edizione internazionale del Compasso che si alterna a quella italiana, finora ristretta a un tema specifico, dal prossimo anno diventa generalista».

Umberto Cabini è presidente della Fondazione Collezione Compasso d’Oro, nata per valorizzare tutti i prodotti premiati e selezionati nel corso degli anni, il nucleo di un possibile museo del design che l’Italia oggi non ha, aggiunge: «Il premio focalizza l’attenzione su tutto l’Italian Style, non solo l’arredamento e la moda. E quindi valorizza la sua ricchezza creativa del Paese. Il Compasso può aiutare progettisti e aziende a fare sistema. Per fortuna se n’è accorto anche il comune di Milano che ora ci sostiene in vari modi, tra cui la convenzione per la sede del museo, prevista nel 2020». Appunto: i politici. Attenzioni, protagonismi, sollevano anche sconcerto: «Ho qui l’invito alla premiazione», dice Alessandro Mendini, «vedo una sfilza di politici, ma dove sono i designer?». Domanda che ci riporta alla fragilità da cui siamo partiti. Aggiunge Mendini: «Il Compasso d’Oro è nato in anni anch’essi d’oro per il design italiano, di cui rifletteva la brillantezza e la spinta innovativa. Poi piano piano si è burocratizzato e, credo, si è un po’ sminuito con giurie non sempre così autorevoli e così equidistanti. Il rito è diventato più scontato».

Il bisogno di cambiare è sentito anche dall’Adi. Il presidente Galimberti è molto attivo, e il cambiamento è in corso, ma proprio per questo il Compasso d’oro va maneggiato con la massima cautela, considerato che è il tesoro, forse l’impolverato, del nostro design. Negli ultimi anni ha allargato le sezioni, perché l’etichetta “design” finisce su cose e processi produttivi un tempo impensabili (nelle precedenti edizioni sono stati premiati un tombino stradale e una “identità visiva” di festival teatrale). Scelta che segue l’effettivo allargamento della cultura del progetto, ma che rischia di snaturare l’identità del premio. Tra i sedici vincitori di quest’anno l’arredamento è quasi assente: c’è solo la lampada Discovery di Artemide. La ciclicità triennale è stata accorciata, e adesso l’alternanza con il Compasso internazionale fa sì che avremo una premiazione ogni anno. Finirà come altri premi, di fatto insignificanti perché distribuiscono riconoscimenti a pioggia? Le critiche di un anziano saggio come Mendini trovano riscontro nel punto di vista di designer delle nuove generazioni. Cinzia Cumini e Vicente Jimenez per esempio, insieme nella vita e nel lavoro con uno studio aperto a Udine nel 2012: «Il Compasso è un riconoscimento importante che tutti i designer – anche noi – desiderano, tuttavia siamo perplessi. Il Compasso sicuramente allunga la vita ai prodotti di successo, ma viceversa non sembra che il successo di un prodotto sia preso in considerazione, abbia un peso nella scelta di chi premiare: uno dei tanti esempi, la sedia Catifa di Alberto Lievore and Jeannette Altherr e Manel Molina per Arper. In altre parole, non mette al centro chi usa i prodotti, le persone: le selezioni vengono realizzate attraverso un procedimento oggettivamente ben strutturato che però è tutto spostato sul punto di vista di chi produce: le aziende che propongono e le delegazioni dell’Adi, composte perlopiù da progettisti, che selezionano. A volte un prodotto non ha ancora avuto il tempo per confrontarsi adeguatamente con il mercato. Un’altra perplessità riguarda l’allargamento tematico a spazi espositivi, libri, servizi… tutti fenomeni creativi rispettabilissimi e significativi, ma distanti dall’idea originaria del premio. Ci interroghiamo sul rischio che il loro ingresso indebolisca l’identità del Compasso. Che invece forse dovrebbe restringere il campo selettivo per esaltare la specificità del design industriale».

La questione del Compasso resta aperta, ma al momento la principale, amletica alternativa sembra proprio questa: allargarlo a tutto ciò che è progetto oppure riportarlo al “purismo” delle origini? L’Adi ha scelto la prima. Speriamo che abbia fatto la cosa giusta.



Tratto da: design.repubblica.it/

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