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«Montagna, pietra, acqua. Costruire nella pietra, costruire con la pietra, costruire dentro la montagna, ricavare dalla montagna, essere dentro la montagna: come possono essere trasformati in architettura i significati e la sensibilità presenti in queste parole?». Così l’architetto svizzero Peter Zumthor “spiegava” le sue Terme di Vals, forse l’architettura simbolo di quel legame che, dalle origini, lega due elementi sacri come la pietra e l’acqua. Elementi che costituiscono anche due opposte condizioni della materia: l’acqua, liquida, fluida, mutevole, e la pietra, solida, ferma, eterna; con la prima che scorre, passa e lascia tracce sopra quello scampolo di natura strappato alla montagna. Quasi che l’acqua, il segno umido sedimentato con il tempo sulla pietra, costituisse la memoria della pietra stessa.

«Si tratta di una relazione feconda», dice l’architetto Vincenzo Pavan curatore, insieme a Raffaello Galiotto, di The Italian Stone Theatre, il padiglione dedicato all’eccellenza litica italiana allestito a Verona dal 26 al 29 settembre in occasione di Marmomac, il cui tema, quest’anno, è appunto Acqua e Pietra. «Una relazione raccontata prima dalla costituzione stessa delle rocce, dalla geologia, quindi dalla trasformazione che su questa materia dura ha operato l’uomo. In alcune pietre sedimentarie sono ancora visibili reperti organici e fossili, mentre altre sono state modificate da processi di tipo chimico o metamorfico in cui ancora si rintraccia l’azione dell’acqua; ma anche quando le pietre si piegano alla forma data dall’uomo, la valorizzazione reciproca tra i due elementi rimane. Le pietre che rivestono gli edifici affacciati su uno specchio d’acqua per esempio, vibrano dei suoi giochi di luce, mentre l’acqua si anima diversamente se contornata da pietra. Sono riflessi, e riflessioni, di carattere percettivo e tattile che da sempre ispirano il fare progettuale».

Eppure alla natura della pietra, in un certo modo il progettista vuol tornare. «Dopo un periodo di eclissi in cui la pietra veniva usata come rivestimento prezioso, spesso lucidata e trasformata in superficie specchiante, oggi sempre più si cerca di restituirne l’origine naturale e l’identità del luogo che rappresenta» continua Pavan. «Nelle città si usano pietre locali per creare un continuum storico e ambientale con il territorio, mentre si esalta l’aspetto roccioso, vivo, una certa corporeità originaria, per rafforzarne il significato simbolico e identitario». Ed è in questa rappresentazione della verità materica che la pietra può trovare il suo rinnovamento. Un rinnovamento che parte dalla matrice geologica per approdare alle moderne tecnologie e alle nuove lavorazioni che utilizzano macchine a controllo numerico. Qui l’uomo, o quanto meno la sua mano, non c’è più. «Più di ogni altro materiale la pietra ci ha lasciato memoria di come è stato lavorato nei secoli» dice Galiotto. «Oggi questa materia dura viene modellata per la prima volta indirettamente. Seghe, lame, scalpelli e vari utensili sono più complessi e intelligenti, in grado di lavorare in autonomia, mentre l’uomo si può concentrare sul pensiero progettuale e su una creatività potenziata da tutte le possibilità offerte dai nuovi software».

Di fatto, visioni tridimensionali, massima precisione, infinita ripetibilità, e riduzione al minimo degli scarti (con trenta centimetri di materiale si possono creare opere sviluppate anche in tre metri di altezza), aprono la strada a un rinnovamento per un settore molto storicizzato. «Il nuovo lavoratore della pietra in realtà, conservando tutte le competenze di una tradizione forte e radicata, dovrà imparare a pensare per separazione e non per sottrazione, ma dovrà soprattutto considerare che ha a che fare con una materia preziosa che non può rinnovarsi. E che quindi va lavorata e venduta nel modo corretto, possibilmente usata per prodotti longevi, destinati a durare nel tempo» conclude Galiotto. E a ricordarci il valore del tempo, c’è ancora l’elemento acqua. I milioni di anni che sono serviti per consolidare l’ambiente liquido, i secoli che sono passati per trasformare quella stessa forma compatta con erosioni, levigature, striature, i lustri che hanno segnato il semplice contatto tra acqua e pietra, che sia un lavabo, un’acquasantiera o la facciata di un palazzo.

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Tratto da: design.repubblica.it/

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