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Martino era un entusiasta. Quello che ti impressionava subito era la sua visione del futuro, il suo eterno sorriso, che anche quando per qualche ragione si irritava, restava sottinteso, nel suo atteggiamento continuamente positivo.

Mi ricordo una volta a Miami eravamo insieme per una prestazione alla design week. Il nostro ufficio era l’ultimo ombrellone della piscina, al confine con la spiaggia. Da li governavamo il mondo. O almeno lo pretendevamo. Perché storditi dal jet lag ci addormentavamo e  ci scottavamo solo da un lato e poi di vergognavamo di farci vedere così, bruciati da un solo lato.

Di me diceva che ero la più seria “puttana” del settore, che riuscivo a conquistare il mercato ma in in una maniera allo stesso tempo onesta e prezzolata.
Era profondamente legato alla sua famiglia, a sua moglie e a sua figlia. Di recente si era innamorato della Sardegna, e mi prendeva in giro perché io che ero sardo invece vivevo a Milano. Insieme ne abbiamo fatte veramente tante, condividendo tutto, anche il bisogno di scaricare all’ultimo un camion in fiera.

Era il figlio di un padre ingombrante che ha aveva intuizioni importanti, ma riusciva a non farsi schiacciare da questo padre, e nello stesso tempo a non rifugiarsi in una arroganza difensiva. La sua capacità di avere sempre una nuova idea per il domani e di non perdere mai di vista i valori umani era straordinaria.

Mi colpisce che una persona con queste straordinarie qualità, non un santo ma uno di grande valore, non abbia avuto il ruolo che avrebbe meritato. Stimava molto i designer e non voleva mai forzare il loro lavoro; parlava delle sue visioni ma lasciava ampia libertà creativa. Un grande dono che faceva a sé stesso e a tutti noi.



Tratto da: design.repubblica.it/

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