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Escher X Nendo – Beetween Two Worlds è il titolo di una singolare mostra che apre il 2 dicembre a Victoria, in Australia. Ne parliamo con Oki Sato, fondatore dello studio giapponese Nendo.

Che cosa appare in questa terra di mezzo in cui la forma di una casa, come ha dichiarato, è il tema del progetto espositivo?
«Sono stato ispirato dal processo creativo di Escher. Prima di tutto, come Escher usava ripetutamente nel suo lavoro dei personaggi protagonisti, per esempio animali o insetti, abbiamo ripetuto la sagoma di una casa per creare uno spazio per Escher. Nello stesso tempo ho cercato di pensare la mostra usando i temi matematici e logici di Escher. In genere lavoro con idee e ispirazioni che provengono dalla vita quotidiana, piccoli momenti che colgo e uso in differenti spunti e progetti. Escher invece lavorava in maniera molto logica, esplorando idee complesse e trovando numerose vie per esprimerle. Quindi per mettere a punto il progetto espositivo siamo partiti dalla casa e la abbiamo manipolata in diverse tecniche ispirate a Escher, e comunque lavorando solo tridimensionalmente. Ho voluto anche fare riferimento all’interesse di Escher per le illusioni ottiche e le prospettive estreme, di cui la mostra vuole essere la traduzione ed espressione fisica. Abbiamo cercato di offrire al visitatore un’esperienza unica, dandogli la possibilità di sperimentare le idee di Escher non solo con gli occhi ma anche con il corpo, quasi come se entrasse nella testa dell’artista olandese».

Che cosa ammira in particolare in Escher?
«La sua opera è molto nota, ma ci sono alcuni lavori che mi erano meno familiari, ed è sempre affascinante imparare di più riguardo qualcuno o qualcosa che pensavi di conoscere. Davvero interessante è stato approfondire la natura ossessiva del procedimento creativo di Escher e la passione che aveva per le proprie opere. È piuttosto evidente che amava davvero quello che faceva, e questa è un’altra cosa che abbiamo in comune».

Le scale infinite e gli edifici impossibili di Escher sono una sfida per un progettista come lei. Contengono una lezione per la comunità del design?
«Ho scoperto che ci sono molte somiglianze fra Nendo ed Escher, ma in realtà ho trovato che le differenze sono più interessanti e fonti di ispirazione più utili. Per esempio, il fatto che Escher ha raccontato realtà tridimensionali con tecniche a due dimensioni come il disegno, mentre io faccio esattamente l’opposto, ha offerto un produttivo contrasto alla collaborazione. Quando si  comincia un progetto in cui ci si confronta con un’altra personalità, la prima reazione è quella di andare alla ricerca di alcuni fattori comuni con l’obiettivo di costruire un ponte fra noi e l’altro. Per Escher-Nendo al contrario ho deciso di provocare delle “reazioni chimiche” facendo interagire le differenze piuttosto che le somiglianze». 

Come mai questa mostra è in Australia, a Victoria? Ha qualche particolare relazione con il Paese e la città?
«Sarà la prima volta che presentiamo qualcosa in Australia. Benché avessi visto in passato le opere più rappresentative di Escher, non avevo lavorato granché sul suo lavoro. Così sono rimasto sorpreso quando la National Victoria Gallery mi ha chiamato per questo incarico; la stessa sorpresa che ho provato durante la fase di studio, scoprendo quante cose avessimo in comune».

In conclusione?
«Escher partiva dal seme di un’idea e si spingeva fino al suo limite, anche mettendola alla prova in molte maniere, con tecniche, strumenti e metodi diversi. Io cerco di portare il seme di una nuova idea in ogni mio progetto. Generalmente le nuove idee sono una parte irrinunciabile del mio metodo. Mentre Escher sviluppava le sue in maniera logico-matematica, io lavoro con un approccio più intuitivo, in cui la realtà si basa sulle ispirazioni. In sintesi: ho cercato di elaborare i “semi” di Nendo attraverso il pensiero logico di Escher».



Tratto da: design.repubblica.it/

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