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Un centenario in grande forma. È il Bauhaus, la scuola creata da Walter Gropius nel 1919 a Weimar, divenuta di fatto un movimento fondativo del design contemporaneo. Ne parliamo con Marco Romanelli, architetto, progettista e critico, concordi sul fatto che il Bauhaus è così attuale che sembra ancora fra noi, uno di noi.

«Così vivo che, invece di riepilogarne la storia, facilmente recuperabile online, possiamo permetterci di approfondire le sintonie con il presente. E, per evitare il rischio di una generalizzata incensazione, cominciamo con un difetto: il Bauhaus, nella sua ferma intenzione di far sorgere un mondo nuovo, di rappresentare un inizio, ha sostanzialmente trascurato lo studio della storia, che non era presente tra gli insegnamenti. E questo, sebbene con motivazioni diverse e assai meno nobili, avviene anche oggi, con una progressiva crescita dell’indifferenza, anche visiva, e una lettura degli eventi senza profondità, appiattita sul presente. E invece, ironia della sorte, il Bauhaus è stato travolto dalla storia, esattamente come era nato dalla storia, radicandosi fortemente negli studi pedagogici di fine Ottocento e proseguendo esperienze come quella dell’Arts&Crafts inglese, da cui tra l’altro direttamente derivava mediante il Deutscher Werkbund di Muthesius».

L’Arts and Crafts voleva contrastare il declino della qualità provocata alle produzioni in serie della Rivoluzione industriale rilanciando lo studio delle arti applicate e il ruolo dei maestri artigiani. Oggi viviamo in un momento in cui si torna a esaltare la relazione tra industria e artigianato, anche grazie alla diffusione, per esempio, delle stampanti 3D e della prototipazione digitale che assottiglia il confine fra i due mondi.
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L’artigianato è oggi un fenomeno “alla moda”, con il forte rischio di promuovere in realtà uno pseudo-artigianato e, parallelamente, di demonizzare l’industria. Il Bauhaus, al contrario, aveva cercato veramente di unire mano e mente, secondo il motto “imparare facendo” e con l’alternanza di studio pratico e studio teorico. Questa fu la prima fondamentale rivoluzione metodologica della scuola di Weimar. La seconda consistette nel promuovere l’unità delle arti, accogliendo arti pure e arti applicate nello stesso luogo, sotto il grande cappello dell’architettura, insegnando quindi con pari dignità pittura e falegnameria, scultura e tessitura e postulando una reale interconnessione tra le discipline. Ecco ad esempio che un progetto architettonico, al Bauhaus, nasceva attraverso la collaborazione di tutti, completo quindi ab origine di arredi, accessori, decorazioni, pitture murali, tessuti. Oggi l’architetto progetta l’edificio e, soltanto in una seconda fase, interviene il designer o l’artista ad “aggettivare” il risultato. Si è perso insomma il concetto di “opera totale”».

La nascita collettiva dei progetti pone però, allo storico contemporaneo, qualche problema di attribuzione, anche se forse offre un’altra analogia con quello che sta succedendo oggi.
«Dobbiamo fare un passo indietro per sottolineare un aspetto meno noto del Bauhaus che non era solo un polo didattico, ma anche un centro di consulenza artistica per l’industria. In realtà la scuola si sovvenzionava, in gran parte, attraverso lo sfruttamento commerciale dei progetti degli studenti. Se pensiamo che un’analoga relazione con il mondo produttivo ha solo da poco cominciato a diffondersi nelle nostre università, scopriamo un altro aspetto della straordinaria modernità del Bauhaus. Certo, il principio della progettazione collettiva ha fatto sì che, di alcuni oggetti, sia rimasta vaga la genesi: ad esempio la lampada chiamata “Wagenfeld”, dal nome di chi ne elaborò la versione definitiva, ovvero Wilhelm Wagenfeld, fu in realtà anche frutto del lavoro iniziale dello svizzero Jucker. Allo stesso modo molto conosciuta è la diatriba tra Marcel Breuer e Mart Stam circa l’invenzione della sedia a sbalzo in tubo. Problemi a posteriori che ci interessano relativamente, mentre va analizzata, pensando all’oggi, l’ipotesi della progettazione collettiva: sempre di più infatti i giovani designer, nel tentativo di combattere e superare il predominio delle design-star, si uniscono in collettivi multidisciplinari ove il contributo individuale è difficilmente riconoscibile».   

Il collettivismo del Bauhaus però ha anche implicazioni politiche, in particolare da quando nel 1928 arriva Hannes Meyer, al punto che si comincia a temere una svolta bolscevica della scuola. Meyer comunque è licenziato proprio da Fritz Hesse, sindaco socialdemocratico di Dessau, città che aveva ospitato la scuola cacciata da Weimar nel 1925.
«In realtà la storia della scuola si incrocia continuamente con la politica. Partiamo da una considerazione cronologica: la parabola del Bauhaus coincide esattamente con quella della Repubblica di Weimar, entrambe nascono nel 1919 (per di più nello stesso luogo, appunto Weimar) e muoiono nel ’33, con l’avvento al potere del Nazionalsocialismo hitleriano. È bene, a questo proposito, sottolineare un altro aspetto misconosciuto: è ipotizzabile che nelle primissime fasi Walter Gropius abbia pensato che il linguaggio depurato e antistoricista del Bauhaus avrebbe potuto essere accettato dai Nazionalsocialisti. L’illusione, a differenza di quella dei razionalisti italiani nei riguardi del regime fascista, fu però di brevissima durata. Ma, per tornare all’oggi, trovo curioso che proprio nell’attuale momento storico, mentre assistiamo al progressivo sopravvento di forze politiche che sembrano condividere l’intolleranza di chi chiuse il Bauhaus, inaugurando l’epoca più buia dell’Europa moderna, si celebri con grande enfasi il centenario della scuola, e quindi di un ben preciso ideale riformista. Da che mondo è mondo in realtà le idee regressive non sono capaci di accettare la libertà insita nella ricerca estetica».

Altra grande modernità del Bauhaus sta nell’avere subito capito l’importanza della comunicazione: un’intuizione che purtroppo segnerà le due grandi dittature del nazismo e del fascismo. A Weimar Gropius incoraggia le relazioni tra la scuola e la città, anche se a dire il vero la città resiste a farsi coinvolgere, e che dire del laboratorio di Tipografia, Grafica e Pubblicità e di lezioni da docenti come Paul Klee o Josef Albers?
«Figurati che già a Dessau esisteva un laboratorio chiamato “Per la stampa e la pubblicità”. Oltre alla grafica e alla tipografia, tra le materie che si riveleranno più importanti dobbiamo aggiungere la fotografia: internamente alla scuola si fotografavano “in diretta” i progetti degli studenti che venivano quindi diffusi in tempo reale, secondo un principio ancora oggi prioritario per qualsiasi progettista. Sarà proprio la centralità della comunicazione a trasformare una scuola in fondo piccola e durata poco in un fenomeno mondiale ed eterno».

È vero che il Bauhaus si è trovato nel cuore di quella Mitteleuropa che nel primo Novecento è stata un motore del pensiero mondiale, e che ha avuto le lezioni di alcuni tra i più straordinari creativi del tempo, da Itten a Kandinsky, fino a Marcel Breuer, però resta quasi misterioso il ruolo fondativo che il Bauhaus ha avuto nel design.
«Il destino del Bauhaus è assimilabile a quello “dell’eroe che muore giovane”: cosa sarebbe avvenuto di James Dean o di Marilyn Monroe se fossero invecchiati? Così è per il Bauhaus: l’identità iniziale, compatta, fortissima, è stata immediatamente cristallizzata. Se pensi che la prima mostra sul Bauhaus, ovvero il primo fondamentale momento di elaborazione critica e di storicizzazione, si tenne al MoMa di New York nel 1938, praticamente in contemporanea con la fine del Bauhaus stesso. E comunque bisogna ricordare che il Bauhaus non fu solo una scuola di progetto, piuttosto l’ipotesi di una società nuova che avrebbe dovuto coinvolgere l’essere umano nella sua interezza (il corso propedeutico di Oskar Schlemmer si intitolava molto semplicemente “L’uomo”), il suo modo di vestirsi, di mangiare, di vivere, di educare i bambini. In questo senso credo sarebbero da indagare maggiormente le influenze iniziali delle dottrine teosofiche tedesche degli inizi del XX secolo».

Il Bauhaus muore nel 1933, ma non gli uomini che lo hanno fondato e vi si sono formati.
«Il Bauhaus ha avuto un’enorme influenza sull’architettura e il design di tutto il XX secolo. Molti dei suoi protagonisti sfuggono al regime nazista emigrando negli Stati Uniti ove continuano per decenni a insegnare e a progettare. Pensiamo a Walter Gropius a Harvard e a Ludwig Mies van der Rohe a Chicago. Potremmo arrivare a sostenere che l’architettura americana contemporanea e una parte significativa del cosiddetto International Style non esisterebbero, o comunque sarebbero stati molto diversi, senza questo trapianto. E difatti, negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta, il Post-modernismo si auto-proclamerà un movimento di rivolta “autoctona” contro uno stile di derivazione tedesca. Ma quella “americana”, visualizzata in purissime torri di vetro e d’acciaio, è solo la parte più conosciuta e più glamour dell’eredità Bauhaus, mentre meno nota è la seconda eredità del movimento, segnata dagli sviluppi dell’edilizia operaia, in particolare nella Germania dell’Est».

Tra i segni della vitalità del Bauhaus c’è anche il successo di mobili come la poltrona Wassily o la sedia Cesca, alcuni dei quali ancora prodotti.
«Arredi comprati oggi per l’innegabile riconoscibilità, ma spesso nella totale inconsapevolezza del loro significato originale. “Icone”, come si usa dire, ridotte però a forme vuote per la negazione di quel principio di democratizzazione del design che stava alla base degli ideali del Bauhaus. E comunque, per alleggerire il discorso in conclusione, non sai quante volte mi è capitato, proponendo ai clienti arredi Bauhaus, di sentirmi rispondere: “Ma architetto, questi mobili sono TROPPO moderni!”».



Tratto da: design.repubblica.it/

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