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Se la missione del design è riprogettare il mondo, tra i suoi compiti deve esserci quello di salvarlo dal climate change. Per riuscire nell’impresa, occorre un network internazionale che funzioni come una moderna Bauhaus: un sistema che coinvolga imprese e designer, creativi di ogni origine e settore, artigiani, grafici e comunicatori. Una rete che parta dalle scuole, dove l’economia circolare deve diventare materia di studio fin dall’infanzia, e penetri in tutti i settori della società civile con uno storytelling mirato. La formula per abbassare la febbre del pianeta è dunque olistica e il design ne è una componente fondamentale.

È una delle idee più ambiziose lanciate una settimana fa al quinto simposio di Alcantara Climate How: How to Engage Society and Deploy Decarbonization: una assise con esperti della finanza, dell’industria e della governance mondiale riuniti alla Venice International University sull’isola di San Servolo a Venezia e chiamati a dialogare, come succede ogni anno dal 2015, su un tema cruciale: come riuscire a impegnare, concretamente, imprese, governi e cittadini nella lotta ai cambiamenti climatici da subito, adesso che il tempo per invertire il trend è quasi scaduto e gli obiettivi dei principali accordi internazionali sembrano irraggiungibili.

Alcantara arriva a organizzare il quinto simposio  forte di un traguardo importante, tagliato già dieci anni fa: essere una delle prime aziende europee carbon neutral, ovvero con un bilancio netto di emissioni di gas serra pari a zero. La certificazione di carbon neutrality, come ha ricordato il ceo Andrea Boragno, è stata assegnata nel 2009 da uno dei più severi e rigorosi enti internazionali di certificazione: il TÜV SÜD. All’epoca i confini della rendicontazione facevano riferimento all’intera filiera produttiva, secondo il criterio “dalla culla al cancello”: la carbon neutrality certificava quindi che l’intero ciclo produttivo di Alcantara, dalle materie prime fino alla consegna del prodotto ai clienti, aveva un bilancio netto di emissioni di CO2 pari a zero. Nel 2011 l’azienda ha poi esteso il perimetro di rendicontazione all’intero ciclo di vita del prodotto, secondo il criterio “dalla culla alla tomba”, e la carbon neutrality di Alcantara è ora totale, includendo anche le fasi di uso e smaltimento del prodotto stesso e tutte le emissioni legate alle attività corporate dell’azienda.

La buona notizia è che il caso Alcantara inizia a fare scuola: la consapevolezza delle aziende di doversi trasformare da parte del problema a sua soluzione è in crescita, come ha spiegato il managing editor di Thomson Reuters Sustainability, Timothy Nixon, presentando una ricerca recente secondo cui circa la metà delle 250 aziende responsabili di un terzo delle emissioni antropogeniche di gas serra annuali hanno iniziato ad adottare misure per gestire la decarbonizzazione in linea con gli accordi di Parigi.

Ed è proprio dall’importanza di considerare l’impatto totale della vita di un prodotto sull’ambiente, sul modello di Alcantara, che si sono concentrati alcuni degli interventi più importanti. A partire da quelli dei protagonisti dell’industria. Proprio Hermann Pengg, responsabile di Audi Ag per i progetti legati all’e-fuels, ovvero i carburanti ricavati non dal petrolio ma da fonti rinnovabili, ha sottolineato il paradosso di una legislazione che nell’industria dell’auto considera inquinante soltanto la fase finale, ovvero la CO2 immessa nell’atmosfera dai veicoli, trascurando l’impronta di tutto il ciclo di vita. Perché se da un lato è doveroso puntare sulle auto non inquinanti, a che serve, dall’altro, questo sforzo, se le e-car sono prodotte con metodi ad alto impatto? «Soltanto se la legge considererà l’impatto sull’ambiente del prodotto “dalla culla alla tomba” potremo combattere il climate change, e spetta alla politica fare questo passo», ha detto Pengg.

Ambizioso lo scenario annunciato da Ralf Pfitzner, vice presidente global head of sustainability di Volkwagen: «Il nostro obiettivo è potenziare l’e-mobility. L’azienda introdurrà cinquanta nuovi modelli elettronici entro il 2025 e investirà trenta miliardi di euro in mobilità elettrica entro i prossimi cinque anni. I nostri piani vanno oltre i veicoli, perché stiamo supportando la transizione energetica convertendo le centrali elettriche, aumentando l’efficienza energetica nella produzione, promuovendo l’accumulo di infrastrutture di ricarica e fornendo servizi come Moia (il car pooling in fase di test in Germania) per aumentare la mobilità sostenibile».

Se dunque i segnali incoraggianti arrivano anche dai colossi dell’auto che hanno iniziato a mettersi in gioco, ora l’obiettivo deve essere puntare sulla politica, a costruire leadership forti e una rete che generi consenso intorno al cambiamento. Ed è qui che il ruolo del design e della comunicazione può diventare cruciale. La proposta della nuova Bauhaus, una chiave olistica per incoraggiare il cambiamento, è arrivata alla due giorni di San Servolo da Alexander Voigt, ceo di due aziende, Grips e Lumenion, attive nel campo delle energie rinnovabili. Voigt pensa a un sistema che ha nel design e nella comunicazione la sua arma principale. Non a caso, la parola storytelling è stata scelta, alla fine della due giorni, come il concetto chiave che può contribuire a vincere una battaglia disperata. Design e comunicazione per salvare il Pianeta.



Tratto da: design.repubblica.it/

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