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Si è scritto e parlato molto dei fratelli Castiglioni, ma forse un aspetto è stato poco esplorato dalla critica: come hanno collaborato insieme?

Ora finalmente un libro risponde a questa domanda raccontando per la prima volta con un unico sguardo l’attività creativa di Livio (1911-1979), Pier Giacomo (1913-1968) e Achille (1918-2002). Si intitola Il design dei Castiglioni. Ricerca Sperimentazione Metodo (Corraini Edizioni, 264 pp, 40 euro) ed è a cura dall’architetto e storico del design Dario Scodeller che spiega nell’introduzione di voler “far emergere la dimensione sperimentale e di ricerca che ha caratterizzato il design italiano nei suoi esiti più felici e di evidenziare come l’approccio al progetto dei Castiglioni possa ancora rappresentare un valido modello di riferimento per la didattica universitaria del design”.
Pubblicato in concomitanza con l’omonima mostra organizzata alla Galleria Harry Bertoia di Pordenone, il volume si concentra su come “le professionalità e l’inventiva di ciascuno si sono fuse rendendo quasi impossibile identificare l’apporto dei singoli”, si legge nella nota della Fondazione Achille Castiglioni. E così, grazie anche agli approfondimenti firmati da Fiorella Bulegato, Elena Brigi, Daniele Vincenzi, Alberto Bassi e Alessandra Acocella e dallo stesso Scodeller, il testo si sofferma sull’affiatamento e sintonia dei tre fratelli che emergono in diversi aspetti della loro produzione, spaziando dai primi esperimenti alla creazione di progetti innovativi come le innovative radio Phonola degli anni Quaranta, dagli allestimenti per la Rai alla Fiera di Milano agli oggetti divenuti ormai classici del design, senza trascurare il rapporto con le avanguardie artistiche, le collaborazione con gli imprenditori e la passione per il “design anonimo”.

Il tutto è accompagnato da numerose immagini d’archivio e dai pensieri di Piero, figlio di Livio, Giorgina, figlia di Pier Giacomo e Carlo, figlio di Achille che ne svelano anche l’aspetto più intimo come ricorda ad esempio Piero: «Quando eravamo ragazzini noi cugini andavamo sempre in studio, perché ci si divertiva più che a casa: c’erano più giocattoli in studio che nelle nostre case (tiravamo le freccette, ecc.). E loro lavoravano giocando. Facevano delle cose serie in maniera giocosa, a differenza di chi, potremmo dire, in quei tempi, forse faceva cose ridicole in maniera seriosa».



Tratto da: design.repubblica.it/

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