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«Ci sono oggetti, disegni e persone che hanno una loro magia. Sono vivi, danno qualcosa a chi li incontra, fanno succedere cose. Cerco questo nella mia vita». Esordisce così Aldo Cibic, spiegando la mostra “Aldo Cibic – Aestethics of Vitality”, pensata con Cibicworkshop e dall’8 al 14 aprile all’interno del boutique hotel Savona 18 Suites. Negli spazi dell’hotel, già arredati in modo permanente con mobili e oggetti del designer, troviamo in questa occasione anche disegni, fotografie e installazioni che ci accompagnano in un percorso attraverso la creatività e la poetica di Cibic.

«È una bella sensazione, è tutta “roba mia”, il risultato è una via di mezzo fra una mostra classica e un posto reale, vissuto», racconta. E in effetti qui è proprio di casa Cibic, che ha trasformato con un progetto per il gruppo Blu Hotels una tipica casa di ringhiera milanese in quello che è oggi Savona 18 Suites. Nei suoi spazi, che uniscono fascino rétro e interior design contemporaneo, nella reception, lobby, Petit café e Garden 18, si succedono i pezzi e i documenti che illustrano le evoluzioni di Cibic. Da quelli di Memphis (gruppo di architetti e designer di cui ha fatto parte e fondato da Ettore Sottsass negli anni Ottanta) agli arredi autoprodotti, dalla collezione Standard, alle creazioni per Venini, Fratelli Boffi, Slow Wood, Ghidini 1961, Paola C, fino ai progetti “Nicescapes” pensati per Blumohito, tutti riflettono la ricerca di un’estetica della vitalità.

«L’idea è quella di trasmettere quella scintilla di cui parlavo. Altrimenti tutto diventa manierismo e mera rappresentazione. Per esempio, qualche anno fa mi è capitato di allestire una mostra su Memphis a Lussemburgo: allora mi sono reso conto di quanto siano ancora vivi e vitali questi pezzi. Accade perché erano, sono sinceri. Credo che la sincerità alla fine ripaghi, permette di toccare il cuore delle persone».

Cibic si conferma ancora una volta un creativo fuori dagli schemi, sempre in movimento. Ma attenzione a usare questo termine: «Oggi tutto ci parla di movimento. Temo che sia più una posa che altro. La vera ricerca è quella che ti fa uscire dall’omologazione. Per questo ho deciso di vivere metà del mio tempo a Shanghai. Là succedono grandi cose, c’è la massa critica per farle accadere, e c’è la possibilità di pensare a nuovi modi di vivere, più sostenibili e incentrati sugli scambi sociali».

Come il progetto di urbanismo rurale, fuori Shanghai, Rethinking Happiness Design Harvest di cui Cibic è creative director. «Bisogna davvero andare oltre certe idee “piccole”, ottuse, della Cina. Un po’ come accade nel design. Rimanere rinchiusi nella propria disciplina, nelle logiche di mercato, senza pensare all’insieme, alle conseguenze di ciò che produciamo e a quello che sta succedendo nel mondo, ecco, oggi lo trovo francamente ridicolo», conclude con un sorriso.



Tratto da: design.repubblica.it/

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