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Nel 2017 con Altri Luoghi aveva voluto riflettere sul valore letterario e drammaturgico della progettazione. Ora Andrea Branzi torna di nuovo alla Galleria Jannone di Milano, questa volta per indagare il tema degli archetipi, ovvero «quei modelli teorici, mentali, che anticipano tutte le nostre attività creative; si tratta di un patrimonio antropologico non evidente, che giace nel profondo del nostro istinto, quando diamo forma e sostanza a nuove forme espressive», commenta il maestro.

Branzi, una tra le figure più carismatiche e poliedriche del mondo del design e dell’architettura, ha deciso di esprimersi con una serie di opere su carta e dieci sculture inedite, realizzate con DAS, legno e rete metallica, per spiegare che con il termine archetipi «in architettura significa fare riferimento a strutture primarie come le capanne, i recinti, le strutture agricole, la cui funzione non è definita in rapporto all’abitare ma al costruire, intesa come attività primaria prima che funzionale».

Perché questa mostra? «Oggi l’architettura civile vive una crisi di credibilità nel senso che il suo rapporto con la società si è progressivamente logorato», risponde Branzi, «a sua volta la società vive una profonda crisi e non è più in grado di fornire quadri di valori al progetto. In questo contesto la riflessione sugli archetipi primari diventa importante perché essi non sono una eredità del passato, ma piuttosto un repertorio da inventare; non sono cioè un repertorio certo ma piuttosto un materiale da indagare dentro la profondità della nostra mente».

Archetipi
dal 22 maggio al 22 giugno 2019
Milano, Galleria Jannone
www.antoniajannone.it



Tratto da: design.repubblica.it/

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