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NEW YORK. Un amore lungo quarant’anni, quello tra Gaetano Pesce e New York. «In realtà molto di più», precisa lui, seduto nel laboratorio di Navy Yard, gli ex cantieri navali di Brooklyn ristrutturati per ospitare artisti, artigiani, piccole e innovative imprese. Nel 1980, Pesce si trasferiva stabilmente a New York, «ma avevo cominciato a venirci già molto prima, perché quando avevo bisogno di soldi venivo qui e riuscivo a vendere i miei disegni a diversi collezionisti, e poi anche al MoMa, quando Barbara Jakobson, trustee del museo, ha cominciato ad acquistare per il museo opere di architettura su carta, progetti ideali di giovani, non realizzati e magari non realizzabili: il movimento Moderno aveva un po’ stancato e si cercavano idee nuove».

New York ha sempre amato Gaetano Pesce. Già nel 1972 era stato scelto fra i progettisti di Italy: The New Domestic Landscape, mostra che ha segnato la storia del design italiano lanciandolo nel mondo, e dove Pesce portò il “Progetto per una città sotterranea nell’epoca delle Grandi Contaminazioni”, installazione realizzata con Cassina. «Dalla mostra ho ricavato delle conoscenze che si sono consolidate nel tempo. E che sono state molto utili quando nel 1980, dopo la morte di mia madre, ho potuto realizzare il desiderio di venire a vivere a New York».

Perché lo desiderava? «Era la capitale del mondo, e secondo me lo è ancora. Il futuro qui arriva prima che altrove. E poi c’è una vita culturale e sociale non particolarmente profonda ma molto ricca, varia e interessante. Tra coloro che mi hanno aiutato nei primi tempi, non facilissimi, voglio ricordare Licio Isolani, un artista toscano di straordinaria umanità che insegnava al Pratt Institute e che quando arrivai mi aiutò a trovare casa a Brooklyn, e John Hejduk direttore della scuola di architettura della Cooper Union, un’università privata di Manhattan, che mi invitò a insegnare dandomi la possibilità di mantenermi. Tra l’altro il caso della Cooper Union è tipicamente newyorkese: gli studenti non pagano niente, ma sono ammessi solo per merito. A fondarla e finanziarla è stato James Cooper, inventore della gelatina Jell-O».

Oltre alla New York laboratorio del futuro, c’erano altre due più pratiche ragioni ad attirare Pesce: «La produzione, il miglioramento e la disponibilità di nuovi materiali, di cui ho bisogno per le mie opere. Anche nel lavoro quotidiano si sente la differenza. Se ordino una resina a Los Angeles, in un giorno o due ce l’ho. In Europa l’attesa era spesso considerevolmente più lunga». L’altra, è una profonda affinità con gli Stati Uniti: «è per la grande importanza che danno agli aspetti pratici dell’insegnamento: la manualità non è ritenuta la figlia minore della teoria, come spesso accade nelle nostre università. Per me la mano resta fondamentale, perché verifica le idee che nascono nella nostra mente e spesso rivela cose che essa non aveva saputo vedere».

Oggi molti ritengono che l’epicentro del futuro si sia spostato, per esempio a Londra, o nell’Estremo Oriente, o che i centri dell’innovazione siano molti. «Probabilmente è vero, la capitali salgono e scendono. Negli anni Ottanta a un certo punto ho avuto la sensazione che New York fosse in declino, e per dirlo inventai per Cassina il divano “Il tramonto di New York”, ma mi sbagliavo. Un aspetto che ritengo peculiare di New York è la voglia delle persone di parlare, di collaborare, di incontrarsi superando l’iniziale differenza tra sconosciuti. La gente ti parla in ascensore, per strada, mentre fai una coda… Qui a Navy Yard, per esempio, c’è un’impressionante concentrazione di piccoli laboratori. Basta fare quattro chiacchiere per far nascere uno scambio di idee, un prestito di oggetti, una collaborazione. Questa qualità della città è cresciuta nel tempo, superando divisioni storiche, come quella fra le minoranze. Mi ricordo che nei primi anni a New York per un certo periodo ho frequentato una ragazza di colore con cui andavamo ad Harlem a mangiare e ad ascoltare la straordinaria musica dal vivo che fanno in molti locali. Dopo un po’ di volte che mi vedevano, però, le dissero che non ero gradito, di non portarmi più con lei. Oggi non succederebbe più. Forse la cosa meno interessante è l’architettura. New York ha troppi grattacieli e troppi angoli, è una città spigolosa». Non a caso ci sono perfino diversi edifici a pianta triangolare, a cominciare dal noto Flatiron. «Deve averlo notato anche Wright, che nel 1959 ha progettato uno dei pochi edifici senza angoli di New York: il Guggenheim, con la sua forma tonda e il percorso interno a spirale della discesa. Circa venti anni dopo ho cominciato a vedere che non c’era nessuna possibilità per l’architettura di continuare secondo quanto creato dal Movimento Moderno: gli epigoni del loro suggerimento potevano solo portare a un accademismo formale e decorativo. Infatti è quello che succede oggi con la ricerca delle forme più eleganti, le più grandi, le più alte… Invece, per i giovani architetti è importante riflettere sulla figurazione che, in questo momento di grande comunicazione, può aiutare a far progredire l’arte del costruire: l’architettura che crea, che racconta, che ricorda, che spera, che lega, che prova, che dimostra…».

Nei tanti anni a New York Gaetano Pesce ha incontrato straordinari personaggi e ci vorrebbe un libro per raccontare i suoi incontri. Fra tanti, sceglie questo perché si riferisce agli amati anni della Pop Art. «Lavorando con tanti collezionisti, a un certo punto ne ho conosciuto uno decisamente particolare: Sidney Lewis. Divenuto ricco con la vendita per corrispondenza attraverso cataloghi, e mi aveva narrato di essere diventato collezionista in una maniera davvero curiosa. Negli anni Cinquanta, di passaggio a New York con la madre, legge sul giornale l’inserzione di un pittore che offre tre suoi quadri per un televisore a colori. Lui rispose a quell’artista, di cui prese i tre quadri: era Andy Warhol». Lewis mise in piedi un sistema di baratto che offriva ai giovani artisti newyorkesi oggetti del suo catalogo per corrispondenza in cambio di opere e, naturalmente dotato di spirito filantropico e spirito d’iniziativa, compose una straordinaria collezione. «Gli piaceva incontrarci in gruppo. Ci invitava spesso a cena. Viveva a Richmond, in Virginia, e ci mandava un aereo al La Guardia. Salivamo, io Andy Warhol, Lichtenstein, Rauschenberg, Oldenburg, e si chiacchierava in volo. Warhol era il più silenzioso e inquietante, con la sua perenne macchina fotografica. Eppure, malgrado le poche parole, credo che Duchamp sia stato l’artista che più mi ha influenzato».

Oggi però il design va in direzioni diverse. E Pesce è negativo: «Vedo tanti mobili banali e tanto appiattimento: si fa fatica a distinguerli gli uni dagli altri. E poi trovo che le ragioni di mercato abbiano fatto perdere ai nostri imprenditori il coraggio di rischiare. E se viene meno questo, viene meno il made in Italy. Io ho avuto la fortuna di incontrare Cesare Cassina, che mi ha fatto quasi da padre dal momento che il mio è morto quando ero appena nato. Ma oggi forse non è più il tempo di personaggi con quello spirito di iniziativa e quella voglia di sperimentare».



Tratto da: design.repubblica.it/

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