ADI

Parlare di questa situazione è come raccontare di quei brutti sogni che a volte ci fanno svegliare non capendo se sono realmente accaduti. Solo che ora stiamo vivendo la stessa situazione, ma in modo opposto, increduli nell’accettare sia vera. In questi giorni sto vedendo di tutto, soprattutto sui social: dagli uomini/toro palestrati che postano storie con testi che sembrano le frasi dei Baci Perugina, a sfigati di ogni genere e sesso che vivono i loro cinque minuti di gloria tramutandosi in istruttori di ginnastiche/meditazioni/art de vivre/cucina/bricolage… Improbabili personaggi che pensano che tutti rimangono ammaliati da loro e che non possano fare a meno dei loro consigli. Poi ci sono i “Bollettini di Guerra”, le vere (che poi diventano false) news con indicazioni che promettono una sicura difesa nei confronti del virus, e così via.

In questo scenario ciò che più mi diverte però è la parte dei contributi video e post che descrivono in modo esilarante la frustrazione dello stare in casa o da soli. Quello che ho amato di più era la foto di un tizio vestito di tutto punto afferrando il tubo della tenda della doccia come fosse l’appoggio dell’autobus con la scritta: Voglia di ricominciare. E credo davvero che siamo forse l’unico Paese al mondo capace di essere autoironico su un dramma simile.

Purtroppo ho capito fin dall’inizio la gravità della situazione poiché mia madre vive a Cremona, uno dei primissimi focolai dell’epidemia. È blindata in casa e non ho ancora potuto farle visita. Ma questa condizione ha rivelato anche i suoi lati positivi infatti la signora, nella sua veneranda ottuagenarità, ha deciso pure lei di fare la svolta “digitale” e ora è felicissima di aver scoperto WhatsApp, che sta usando in continuazione con figli, nipoti e pronipoti, felice per l’invenzione dei vocali che le risparmiano la rottura di doverli scrivere.

Il lavoro sembra sospeso in una nuvola opaca di cui non riesco a capire né i contorni né la densità; ufficio chiuso, ragazzi a casa che lavorano in remoto (comincio a odiare questa parola), ma comunque  – tranne qualche consegna – non c’è molto da fare. Per i professionisti come me che hanno come culmine del lavoro il Salone del Mobile, il fatto che sia stato postdato a giugno o…. ha fatto sì che tutto, o quasi, si sia fermato o comunque rimandato a data da destinarsi. Ogni tanto devo andare in studio perché, anche se gli altri lavorano da casa, serve qualcuno che unisca in modo fisico le cose virtuali (fare le stampe e spedirle, compilare o firmare documenti, riavviare il server “stressato” da tutto il lavoro in remoto per il quale non era stato pensato) e ne approfitto per parlare con i ragazzi e cercare di tenere sotto controllo la situazione, fare il pagliaccio con i figli di alcuni o raccontarci fesserie che fanno ridere solo noi, e cercare di tenere vivo il rapporto che ho con loro che va oltre quello professionale. Abbiamo anche fatto una specie di chat tra i vari studi professionali (come la chat della scuola…) così da poterci scambiare idee e informazioni utili oltre a farci capire che in questi momenti siamo tutti sulla stessa barca e l’importante è remare insieme.

Se qualcuno mi chiede se sono preoccupato? Cosa posso dire… Sì, lo sono. Sarei sciocco a far finta di non esserlo o filosofare come fanno altri. Per quanto mi riguarda oltre all’emergenza salute c’è anche quella del dopo emergenza, quando tutto ritornerà più o meno “normale” e ci saranno gli stipendi da pagare… sarà un problema. Certo è vero che forse Milano è più bella così, che forse avevamo tirato la cinghia, che magari…, che era meglio…, che forse…, tutte cose belle da dire adesso, ma non le abbiamo fatte quindi siamo qui così.

Dovremo ritirarci su le maniche e far capire, primo a noi stessi e poi agli altri, chi siamo, qual è la marcia in più che ci contraddistingue e le qualità (positive e negative) che fanno noi e questo Paese unico. Per ora rimpiango gli aperitivi e le cene con i miei amici e sono sicuro che la prossima volta che riprenderò un tram o una metropolitana strapiena non mi lamenterò più, ma sarò felice di essere pressato tra borse, zainetti, gomiti e telefonini. E intanto che aspetto che ciò si avveri leggo qualche bel libro, ascolto la nuova musica che grazie a Dio continua ad essere pubblicata, litigo un po’ a casa (che standoci così tanto mi sembra diventata minuscola per due), guardo la seconda serie di Sex Education e mi faccio venire l’acquolina pensando alla prima mattina in cui riapriranno la Pasticceria Cova e potrò finalmente trangugiarmi un budino di riso in due secondi.



Tratto da: design.repubblica.it/

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