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Come sta affrontando questo periodo di emergenza, dal punto di vista emotivo?
«Questa emergenza ci ha travolti così velocemente e all’improvviso che non ci siamo ancora resi conto realmente di cosa stia succedendo. Abbiamo preso atto della situazione, sappiamo come comportarci, ma sembra di essere i protagonisti di un film americano di guerre batteriologiche. Invece è una dura realtà, imprevedibile e senza precedenti».
E dal punto di vista lavorativo?
«Quando è arrivata la prima notizia del virus, noi stavamo lavorando alle anteprime Salone, eravamo pronti per la fiera perché come sempre lavoriamo con largo anticipo, stavamo curando la realizzazione dei prototipi, gli allestimenti per gli stand, l’organizzazione degli eventi Fuorisalone, tutto quello che riguarda la parte logistica e organizzativa, perché la parte progettuale era già stata fatta. Quando è stato annunciato lo slittamento del Salone a giugno, sono di colpo cadute tutte le urgenze».
Come vi siete riorganizzati?
«Rispettosi dei decreti del Governo, ci siamo autosospesi, stiamo cercando di lavorare da remoto, con tutte le difficoltà che questo comporta, cioè riusciamo a gestire le relazioni e i rapporti, mentre risulta difficile, anche dal punto di vista emotivo, mettere in cantiere nuovi progetti, un po’ perché eravamo concentrati sul Salone, e perché questa situazione non è semplice da metabolizzare e gestire. La settimana scorsa quasi tutte le aziende di arredamento, ma anche i loro fornitori, hanno deciso di sospendere la produzione, almeno fino al 20 di marzo con la prospettiva di rivedere questo termine. È tutto bloccato».
Quindi siete fermi?
«Stiamo anticipando le attività che avremmo dovuto fare dopo il Salone, come gli sviluppi dei sistemi e delle collezioni che saranno presentate in fiera, le evoluzioni dei prodotti e gli upgrade che saranno lanciati nel 2021, stiamo progettando e ideando gli shooting fotografici e la comunicazione. In pentola ci sono tante cose, anche progetti importanti all’estero, però purtroppo è tutto al momento congelato. Facciamo le attività non legate agli eventi, ai calendari e a un termine temporale preciso. Le aziende sono ferme, ma il nostro lavoro parte prima, è abbastanza slegato dai tempi della produzione e della vendita, lavoriamo in differita, progettiamo in anticipo, per esempio al Salone portiamo arredi e soluzioni ideati un anno prima. Per cui abbiamo sempre da fare, progettare e mettere in esecutivo le programmazioni fatte per il futuro. Ovviamente con tante difficoltà».
Quali le difficoltà?
«Come tanti professionisti, stiamo cercando di lavorare da remoto, facciamo riunioni via Skype, ma non è molto semplice soprattutto per un lavoro come il nostro di consulenza e di design dove il contatto diretto e la dialettica che si creano intorno a un tavolo sono fondamentali per lo sviluppo di un’idea. È tutto molto più rallentato, è difficile riuscire a capirsi e trasferire certi concetti. Con le aziende al momento i rapporti sono interrotti in quanto sono quasi tutte chiuse. Speriamo di riallacciare queste comunicazioni il più presto possibile. Per adesso la cosa più importante è fermarci, seguire le indicazioni del Governo, capire se evitando i contatti si riducono i contagi, e se funziona questo metodo, verificare in che percentuale e in che arco temporale, per poter poi fare programmazioni future e ripartire».
Salone sì o Salone no?
«Il Salone a giugno con il punto interrogativo. Sono dubbioso per due motivi: da un lato perché ci vuole tempo affinché l’Italia esca da questa emergenza, si stima che ancora il Paese non abbia raggiunto l’apice dei contagi. In secondo luogo, perché il Coronavirus è diventato un problema non solo italiano ma mondiale, quindi ammesso che il Salone si faccia a giugno, molto probabilmente non potrebbe venire nessuno. Il mondo si sta chiudendo a riccio su se stesso. The show must go on?».

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Tratto da: design.repubblica.it/

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