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«Il tempo, è “lui” la vera riscoperta di questa quarantena. Il tempo che ci impone ritmi frenetici e che nella vita reale ci sta mangiando come un cancro, non solo noi ma la società e tutto ciò che la circonda». Roberto Palomba, architetto e designer che con la moglie Ludovica vive e lavora a Milano (nel 1994 fondano Palomba Serafini Associati), sta vivendo l’emergenza Covid-19 e tutto ciò che ne consegue, con saggezza e una certa serenità.

Giorno 19 di quarantena: come procede la vita rinchiuso in casa?
«Superato il primo shock, tranne qualche idiota che ancora si ostina a girare per la città, abbiamo tutti realizzato in qualche modo che #DOBBIAMOSTAREACASA. Non dimenticherò mai quel lunedì (il 9 marzo per i milanese, ndr), gli occhi dei miei ragazzi dello studio che mi guardavano atterriti, che mi chiedevano risposte che io non sapevo e potevo dare, ricordo l’imbarazzo, volevo provare a trasmettere un pensiero positivo ma per quanto frugassi nella mia testa non riuscivo a evadere dalle mura alte delle mie paure. Sembra ormai lontano quel lunedì in cui ci siamo salutati (senza abbracciarci) ignari di quando ci saremmo potuti rivedere. Da quel lunedì per me è iniziato un altro viaggio, io che sono quello che sale e scende dagli aerei, che raramente dorme due sere di fila nello stesso letto, che si è arruolato in questo mestiere per girare il mondo, mi trovo inevitabilmente bloccato, incatenato a casa. Niente più valige da fare e disfare, niente check-in e pranzi a bordo, il mio scenario da quel lunedì è completamente un altro».

Bello o brutto questo nuovo scenario per lei?
«Ho imparato che l’essere umano è capace di abituarsi a tutto, e siccome ho la fortuna di vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, e non potendo, malgrado la mia indole guerriera, combattere una guerra persa in partenza, ho deciso di investire il tempo in tutto ciò che di più utile mi passerà per la testa, partendo innanzitutto da me stesso. Parafrasando gli annunci aeronautici, è bene indossare la propria mascherina di ossigeno prima di aiutare gli altri, da qui parte il mio viaggio, se voglio essere utile per gli altri devo essere io stesso sereno. Ho approfondito e cercato di capire quali fossero i veri confini di quello che sta succedendo e mi sono reso conto che tutto sommato, abbiamo la fortuna di vivere in un Paese, che al contrario di altri, ha scelto con il lockdown totale di salvare quante più vite possibili».

Come trascorre la sua giornata?
«In un sussulto di neoedonismo da terza età, sto approfittando di questa vacanza obbligatoria per mettermi in forma: poco tempo fa ero tornato dalla Korea, patria dei migliori cosmetici e relative maschere, che sono diventate parte della mia routine quotidiana. Ma non solo estetica. Seguo finalmente una dieta sana ed equilibrata, pasti umani ad orari umani e un minimo di work out casereccio, in barba a tutte le palestre milanesi in cui ho accumulato abbonamenti dove poi però non sono mai andato. E poi tanta famiglia, finalmente il tempo per ascoltare, anche perché, vi sconsiglio vivamente di ribattere alla moglie o alla figlia in periodo di quarantena!».

Più tempo quindi per la privacy che per la professione?
«Il lavoro non è diminuito, è solo cambiato, molte conference call, mi sembra di essere una centralinista degli anni Cinquanta, armato di cuffia e microfono dalle prime ore del mattino, ma anche tanta ricerca, quella che per ogni ovvi motivi di tempo e impegni non riesco mai a dedicarmi a sufficienza. Questo virus per assurdo, privandoci della nostra vita normale ci ha ridato il tempo, tempo perché un intero pianeta si possa finalmente guardare allo specchio, e mentre respiro a pieni polmoni con i miei amati cani a guinzaglio in una città spettrale e deserta mi chiedo quanto mi piacerebbe portare nella vita che verrà dopo il virus, parte di tutto ciò, e altrettanto senza augurarmelo veramente, spero che potremo avere tempo a sufficienza per capire, in questa dimensione così sbagliata, a quanto di giusto non vogliamo rinunciare nella vita che verrà, se varrà di più l’apericena o respirare a pieni polmoni, se lavorare da casa almeno un paio di giorni a settimana non sia un dovere oltre che un piacere, e se la parola accontentarci di ciò che abbiamo, non sia forse, la chiave per una felicità che continuiamo a inseguire senza mai raggiungerla».

Una felicità che saprebbe raggiungere in questa situazione senza i social? Sia sincero…
«Il diavolo (dei social) non è così brutto come lo si dipinge. Tra i segni più evidenti in questi giorni ci sta indubbiamente la sua rivincita. Forse finalmente anche i maggiori detrattori hanno capito a cosa servono i social, non solo nonni telematici, ma anche l’unico antidoto all’isolamento e al rincretinimento che sarebbe scaturito dalla visione passiva di una televisione. L’attività creativa e continua che sembra dominare le pagine dei nostri social in questo periodo, sia nei bambini che negli adulti deve far riflettere anche se dobbiamo stare attenti a staccare “la spina” spesso, altrimenti il vero senso della normalità di cui parlavo non si può cogliere».

Ha cantato anche lei dalla finestra l’Inno d’Italia?
«Non ho cantato l’Inno di Mameli o Azzurro dalla finestra, ma solo per le mie scarse doti canore. Però mi sento profondamente orgoglioso di essere cittadino italiano, con tutti i nostri pregi e difetti. Ci siamo illusi che guerre e pestilenze fossero archiviate per la nostra generazione e per quelle più giovani, ma la storia attuale ci sta dimostrando che non è così. Stiamo tutti vivendo l’angoscia di un virus che ci tiene confinati in casa come fossimo in guerra, perché in verità questa è una guerra batterica, l’unico nemico è lui il Coranavirus con tutti noi. Il mio consiglio? Cerchiamo di usare questo tempo per riflettere sulle nostre future scelte politiche affinché l’Europa e il mondo intero non debbano mai più rivivere l’orrore della guerra. Sotto qualsiasi forma essa sia».

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Tratto da: design.repubblica.it/

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